Scarpe Alain Quilici

Toscano, figlio d’arte, Alain Quilici disegna da due anni la linea di calzature che porta il suo nome. Il binomio forma-funzione è il punto di partenza della sua prassi creativa, con l’aggiunta di una terza variabile, depistante. Dunque: form follows function follows VISION.

Alain Quilici ha forgiato la propria estetica sull’immaginario post-umano del cinema

di Shinya Tsukamoto, fatto di carne e metallo uniti in ibridi bestiali; sulle deformazioni psicologiche e fisiche dell’opera di David Cronenberg; sul dramma muscolare della pittura di Francis Bacon e Egon Schiele.

Trasformazione, morphing, evoluzione sono temi costanti. Non più semplici accessori, le scarpe diventano suffissi che estendono organicamente il corpo, che lo prolungano e ridisegnano definendo una nuova, seducente anatomia.

Le forme sono spesso interrogative, sempre incisive, mai gratuite: il design segue un

determinismo rigoroso per cui ogni elemento è sottoposta ad un ideale processo evolutivo, ad una trasformazione meccanica che da un punto di partenza noto giunge ad un punto d’arrivo inatteso. Dalla sagoma di un pattino a rotelle o da ghiaccio, così, scaturisce una bottine feticistica; da una zeppa lacerata nasce uno stiletto; un tacco massiccio nasconde una lama metallica. Un tacco, ancora, guadagna il profilo minaccioso della punta di un trapano; tagli verticali sulla zeppa suggeriscono incastri su nastri trasportatori; la zeppa a cuneo si articola in estroflessioni angolose, quasi a voler forzare i limiti del proprio profilo.

I colori, limitati ad una palette elementare di bianco e nero grafici, grigi e neutri effetto carne, sottolineano il rigore della composizione. Alain Quilici immagina il futuro, ma lo vede già decaduto, consumato. Il suo post-design post-umano non rinuncia al potere seduttivo che da sempre si associa alla scarpa. Semplicemente, ne altera il DNA, dall’interno.

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